/ Il Letto
La serata "Tequila Bum Bum"

A. è sparito. Nel senso che: stavo spaparanzata sul divano a cercare una posizione giusta per una storia Instagram quando mi telefona lui; sta andando a Parma, non so a fare cosa. “Sono al casello, ti richiamo appena esco”. Probabilmente ha trovato molta fila, o una figa, perché è passata una settimana e ancora non chiama. “Quando una donna viene mollata senza motivo si fa una serata Tequila bum bum” mi dice G. Lui è un tipo strano assai. Intelligente come pochi, bizzarro come nessuno. Un figo della madonna. A Roma Nord lo chiamano il Trucione perché è un po’ ruspante ma quando passa lui tutte le parioline hanno gli ormoni che schizzano fuori dalle tette (siliconate). E lui non le disdegna. Qualcuna ha cercato di “mettergli il cappello” ma lui si è fatto trovare nel bagno di un locale con una nobile decaduta. La storia è finita e lei si è consolata con uno di buona famiglia. Io sono tra le poche (s)fortunate ad averlo conosciuto vestito. Conduce una trasmissione televisiva dove sono stata invitata: “Guarda che non c’era bisogno di vestirti da pariola per la trasmissione” mi dice mentre tira fuori un caffè dal distributore automatico. Io gli giuro che mi vesto sempre così e lui inizia a bestemmiare perché la macchinetta si è fregato il mio di caffè. Da allora siamo diventati amici.

Vado da lui per la serata Tequila Bum Bum. Abita al terzo piano di un comprensorio sulla Cassia: alla faccia del Trucione. Appena entro mi dice che in casa sua si sta senza scarpe. Obbedisco. Senza troppi giri di parole tira fuori una bottiglia e due bicchierini stretti con i bordi alti, li riempie per metà di tequila e per metà di soda, poi sbatacchia il bicchiere sul tavolino per due volte e me lo passa dicendomi di buttare giù in un colpo solo. Obbedisco. Ma una botta mi esplode in bocca, sento un’ustione di primo grado sulle gengive. “Ora devi provarla col sale” sorride soddisfatto mentre io arranco in cucina cercando acqua fresca. Prende un piattino con del sale e qualche spicchio di lime. Si inumidisce l’incavo della mano con la saliva, ci versa sopra un po’ di sale e me lo fa leccare; poi mi fa bere un altro bicchierino. Io non capisco più niente, lui afferra il lime e me lo mette in bocca. Mi prende la mano, dice cha ha bisogno del contatto fisico. Io lo abbraccio pensando a quello stronzo di A. fermo al casello.

(continua)